Quando essere una “buona madre” diventa una trappola: maternità normativa e senso di colpa

Lavorando con le neomamme, c’è un tema che ritorna continuamente, quasi come un filo invisibile che attraversa racconti molto diversi tra loro: il desiderio di essere una buona madre.

Di per sé, non c’è nulla di sbagliato in questo desiderio. Anzi. È naturale voler essere presenti, amorevoli, attente ai bisogni dei propri bimb*.
Il problema nasce quando, dietro l’idea di “buona madre”, si nasconde qualcosa di più rigido e silenzioso: il bisogno di essere perfette.

Ed è qui che molte donne iniziano a sentirsi intrappolate.

Perché nella maternità contemporanea sembra esserci sempre una regola implicita: una buona madre non crolla, non si arrabbia troppo, non è stanca “abbastanza” da desiderare di sparire per qualche ora, non si ammala psicologicamente.
E soprattutto, una buona madre dovrebbe riuscire a fare tutto da sola.

Quando una mamma soffre di ansia, depressione o vive un momento di fragilità emotiva, queste convinzioni possono trasformarsi in un peso enorme.
Come se il dolore psicologico fosse incompatibile con il prendersi cura.

Eppure, una madre può stare male.
Una buona madre può stare male.

Forse è proprio da qui che dovremmo iniziare.

La maternità normativa: un modello invisibile che ci abita

Tempo fa, durante un seminario online di terapia somatica perinatale, ho incontrato il lavoro di Andrea O’Reilly, fondatrice dei Motherhood Studies e della Maternal Theory.

Una delle riflessioni che più mi ha colpita riguarda la differenza tra motherhood e mothering.

Sembrano parole simili, ma raccontano due modi molto diversi di vivere la maternità.

Secondo O’Reilly, motherhood rappresenta la maternità normativa: un modello ideologico, rigido, costruito culturalmente e profondamente influenzato da una visione patriarcale.
Mothering, invece, parla della maternità come esperienza soggettiva, relazionale, incarnata. Una pratica viva, diversa per ogni donna.

Questa distinzione è preziosa perché ci permette di fare qualcosa di molto importante: separare ciò che sentiamo davvero da ciò che ci è stato insegnato a dover essere.

Spesso, infatti, molte delle sofferenze che le madri portano in terapia non nascono dalla maternità in sé, ma dal tentativo continuo di aderire ad un ideale impossibile.


Il decalogo della maternità normativa

Andrea O’Reilly descrive la maternità normativa attraverso una sorta di “decalogo” culturale implicito. Un insieme di credenze che molte di noi hanno interiorizzato senza nemmeno accorgersene.

Secondo questa visione:

  1. tutte le donne vogliono diventare madri
  2. la maternità appartiene alla sfera privata
  3. la cura dei figli ricade principalmente su una sola persona
  4. essere madre è qualcosa di innato
  5. la maternità esiste nel contesto della famiglia nucleare
  6. le madri provano naturalmente gioia e appagamento
  7. le madri biologiche sono “più madri” delle altre
  8. la maternità deve essere guidata dagli esperti
  9. essere madre richiede dedizione totale e continua
  10. la maternità non è una questione politica o sociale

Quando leggiamo questi punti, può succedere qualcosa di interessante.

Da una parte, magari ci sembrano familiari.
Dall’altra, iniziamo a sentire una certa stanchezza. Perché vivere dentro queste aspettative è estenuante.

Il senso di colpa materno nasce spesso qui

Molte donne pensano che il senso di colpa materno sia un problema individuale.
Come se fosse una fragilità personale, un difetto caratteriale o una sensibilità eccessiva.

Ma spesso il senso di colpa non nasce “dentro” le madri: nasce nello spazio tra le madri e le aspettative culturali che le circondano.

Se una donna cresce sentendosi dire che:

  • una buona madre mette sempre i figli al primo posto,
  • una madre amorevole è naturalmente paziente,
  • una mamma presente non ha bisogno di aiuto,
  • il legame madre-figlio dipende quasi esclusivamente da lei,

allora ogni limite umano rischia di trasformarsi in fallimento.

Basta poco.

Una giornata difficile.
Il desiderio di stare da sole.
Il fastidio per un pianto continuo.
La fatica mentale.
Il bisogno di lavorare.
La rabbia.
La depressione.

Tutto viene interpretato come prova di inadeguatezza.

“Dovrei farcela da sola”: l’isolamento della maternità contemporanea

Uno degli aspetti più dolorosi della maternità normativa è l’isolamento.

La cultura contemporanea continua a raccontare la maternità come qualcosa di privato: una questione domestica, individuale, quasi invisibile. Eppure crescere un bambino non è mai stato un compito solitario.

Per secoli, la cura è stata condivisa: tra donne, famiglie allargate, comunità. Oggi invece molte madri si trovano sole per intere giornate, a gestire un carico emotivo e pratico enorme. E spesso provano anche vergogna nel dire che è troppo.

Ricordo una mamma che, durante un colloquio, mi disse: “Non capisco perché sono così stanca. In fondo sto solo a casa con mia figlia.” In quel “solo” c’era tutto il peso della svalutazione della cura. Come se accudire un neonato non fosse lavoro emotivo, mentale, corporeo. Come se il tempo della maternità non consumasse energie psichiche enormi.

La maternità normativa rende invisibile la fatica e poi colpevolizza le donne per quella stessa fatica.

Una buona madre può stare male?

Questa è una domanda che mi accompagna spesso nel lavoro clinico. Perché tante donne arrivano in terapia convinte che il loro dolore sia incompatibile con l’essere “brave mamme”.

Se sono ansiose, pensano di stare rovinando i figli.
Se sono depresse, si sentono cattive.
Se hanno bisogno di spazio, temono di essere egoiste.

La salute mentale materna non è a priori un ostacolo all’amore: lo può diventare solo quando non ce ne prendiamo cura. E chi sceglie di fare un percorso psicologico lo fa proprio per amore.

Spiego spesso che il legame non si costruisce sulla perfezione: molto spesso è proprio la possibilità di essere autentiche, riparare, chiedere aiuto, mostrare umanità a creare relazioni emotivamente sane.

Donald Winnicott parlava della madre sufficientemente buona, non della madre perfetta. Ed è una differenza enorme. La madre sufficientemente buona non anticipa sempre ogni bisogno, non è impeccabile e non è costantemente regolata.

È una madre reale.

Dal controllo alla relazione

La maternità normativa ci spinge continuamente verso il controllo.

Controllare il sonno.
Le emozioni.
L’alimentazione.
Lo sviluppo.
Le scelte educative.
Le reazioni degli altri.

Ma la relazione con un bambino non può essere costruita sulla perfezione performativa: i figli non hanno bisogno di madri impeccabili, ma di relazioni vive. Questo significa anche poter attraversare conflitti, frustrazioni, momenti di disconnessione e riparazione. Significa uscire dall’idea che la maternità sia una prova da superare e iniziare a viverla come un’esperienza relazionale in continua trasformazione.

Forse una delle domande più importanti che possiamo iniziare a porci è: sto cercando di essere una madre perfetta oppure una madre autenticamente presente?

Perché non sono la stessa cosa.



Ripensare la maternità come esperienza soggettiva

La prospettiva del mothering ci invita a fare qualcosa di profondamente liberatorio: restituire soggettività alle madri.

Ogni maternità è diversa.

C’è chi vive la maternità con entusiasmo immediato e chi ha bisogno di tempo per sentirsi madre.
Chi ama stare molto con i figli e chi sente il bisogno vitale di mantenere spazi propri.
Chi desidera una famiglia numerosa e chi scopre che un figlio è il proprio limite emotivo sostenibile.

La maternità non dovrebbe essere uno stampo unico dentro cui costringersi.

E forse il lavoro più importante, anche dal punto di vista psicologico, è proprio creare spazio interno per la complessità.

Per emozioni ambivalenti.
Per desideri contraddittori.
Per la fatica.
Per la rabbia.
Per il bisogno di supporto.

Senza trasformare tutto questo in una colpa.


Conclusione

Molte donne non soffrono perché “non sono abbastanza brave”. Soffrono perché stanno cercando di aderire ad un modello impossibile. Un modello che idealizza la maternità e contemporaneamente lascia le madri sole. Che chiede dedizione totale ma offre poco sostegno concreto. Che glorifica la cura e svaluta chi si prende cura.

Nel lavoro con le donne, le invito a trovare la propria unicità nell’essere mamme, tenendo come bussola la domanda: “Che tipo di maternità è sostenibile, viva e autentica per me e per il mio bambino?”

Le madri non hanno bisogno di diventare perfette.
Hanno bisogno di sentirsi meno sole, anche e soprattutto quando affrontano difficoltà psicologiche.

Piccolo spazio di riflessione

Se ti va, prova a scrivere su un foglio:

  • Quali idee sulla “buona madre” senti di aver interiorizzato?
  • Da dove arrivano?
  • Ti fanno sentire sostenuta oppure sotto pressione?
  • Quale parte di te avrebbe bisogno di più permesso, oggi?

A volte la consapevolezza non toglie immediatamente il peso, ma può iniziare ad allentarlo.


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Maternità, salute mentale

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